Il caso di malasanità si è verificato in provincia di Caserta. La Cassazione ha riconosciuto la responsabilità penale dell’operatore del pronto soccorso con sentenza n. 40036 depositata il 27 settembre 2016

La madre di un ragazzo in preda ad una crisi epilettica ha chiamato il 118. L’operatore però l’ha rassicurata che bisognava solo attendere la fine della crisi, dato che sarebbe passata di lì a poco. Aveva risposto a casi simili, per cui “sapeva quel che diceva”.

Soltanto in caso di aggravamento avrebbe dovuto richiedere il trasporto in Ospedale. Successivamente la signora ha richiamato il 118 e ha ribadito che la crisi era ancora in corso. A quel punto però era troppo tardi e il ragazzo, purtroppo, è deceduto.

In tema di malasanità, la Cassazione ha stabilito che l’operatore del centodiciotto -118- deve assumere quante più informazioni possibili sullo stato di salute dell’interessato, precise e dettagliate. In particolare deve informarsi relativamente alle funzioni vitali del paziente (come respiro e circolazione). E’ colpevole anche se, nonostante l’urgenza, suggerisce un trasporto privato (“Se vedete che non passa, lo portate in ospedale”, citando testualmente dalla registrazione telefonica intercorsa).

L’operatore del pronto soccorso non può, sostituendosi al medico, tentare una diagnosi e così eludere la richiesta di soccorso o ritardarne il compimento. In tale ipotesi l’operatore è colpevole di grave negligenza ed è pertanto penalmente condannabile. Inoltre lo stesso può essere accusato, assieme all’Ospedale in questione, di “mancata presa in carico del paziente”.

Infatti continuano gli Ermellini: “la donna è stata dirottata verso un nulla di fatto che significava la mancata presa in carico del paziente, al contempo demandando al congiunto le successive operazioni di assistenza, sul presupposto (peraltro ignoto) che non era la prima crisi epilettica e che, come le precedenti, sarebbe passata”.